il mio regno

qui si parla di…. Luigi Tenco

Archivi per il mese di “luglio, 2003”

Luigi Tenco tra realtà e utopia (di Giovanni Coppolino) autor. “IL CONVIVIO”


Prendendo in considerazione il dibattito pluridecennale tra chi considera la canzone d’autore un genere letterario e chi invece la considera ‘nugae’, passatempo per il tempo libero, si entra facilmente in un gioco dilatorio che evita di penetrare nel cuore del problema, che è quello di dimostrare con l’analisi diretta dei testi se ciò di cui ci occupiamo è poesia (sia pure un particolare tipo di poesia strettamente intrecciata alla musica) o meno. Se l’essenza della poesia contemporanea è la parola che assume un particolare significato, in quanto emblema di una condizione esistenziale universale, nessuno è più adatto di Tenco ad entrare di diritto in un genere letterario. Sulla figura di questo ‘padre’ della canzone d’autore italiana, genovese di adozione, sono state dette e scritte molte cose, soprattutto in merito alla morte precoce avvenuta durante la partecipazione al festival di Sanremo del 1967. In realtà, per onorare al meglio la sua memoria, è necessario verificarne il valore artistico, attraverso l’analisi della sua breve produzione e, in particolare, della costruzione del suo linguaggio poetico. La poetica di Tenco può essere suddivisa in tre nuclei tematici strettamente intrecciati fra loro, che hanno convissuto contemporaneamente nello stesso arco di tempo (dal 1962 al 1967) fino al tragico epilogo dell’ultima canzone: l’utopia del mondo complementare del sogno, la consapevolezza delle regole della realtà esterna e, infine, la definitiva sconfitta dell’utopia. Ciascuno di questi momenti porta con sé una propria dislocazione temporale: il passato/futuro (sogno/ utopia), il presente/futuro (realtà/utopia) e il presente privo di telos, con cui si interrompe bruscamente la ricerca tenchiana del ‘senso’. Il problema di Tenco, l’origine della sua melanconia è l’uscita dal mondo complementare del passato presso cui abitava da bambino e il tentativo di recuperare il tempo perduto da una distanza pressoché incolmabile. Quel mondo è il luogo della sua infanzia, che si presenta ancora vivo al ricordo (Erinnerung) in immagini fiabesche che sono immagini di sogno. Perché grande è il potere del bambino che può modificare la realtà percependola oniricamente. Al recupero però si accompagna il rimpianto, perché ciò che è dato nel ricordo rimane ciò che è, apparenza (Schein), un che di irrimediabilmente perduto che non potrà mai sostituire la realtà dentro la quale ci si trova ‘gettati’. Tenco è consapevole del potere dell’esistenza concreta per potersi illudere fino in fondo di riconquistare il passato: il risveglio, per quanto amaro, è inevitabile, è l’atto che segue sempre il ricordo e non permette di sostare in una dimensione altra, complementare, della realtà: “Oh, se non m’avessero detto mai/che le fiabe son storie non vere,/ora là io sarei?” (Il mio regno). Il momento creativo è l’unica via di fuga che gli permette di vivere occasionalmente immagini di sogno come una cesura della quotidianità. Sognare è bello, ma senza illudersi di poter recuperare il passato se non nell’attimo poetico della cui illusione è lucidamente consapevole. Lo scorrere irreversibile del tempo comporta la perdita del mondo dell’infanzia ma anche dell’amore eterno desiderato, perduto anch’esso proprio perché sognato (Il tempo passò). L’abbandono del mondo complementare del sogno e la consapevolezza di una realtà da cui non si può fuggire, all’inizio crea un senso di angoscia, di smarrimento del proprio io, una vera e propria crisi di identità: “La mia paura/ è che a vedere me come sono/io potrei rimanere deluso.” (Come mi vedono gli altri) La perdita della magia del passato apre lo spazio al tempo ripetitivo e misurabile della vita quotidiana, anzi è quest’ultimo ad annullare e inglobare dentro di sé il potere del sogno. L’esistenza assume così il sapore della monotonia e dell’abitudine: “Un giorno dopo l’altro/il tempo se ne va/le strade sempre uguali/le stesse case./Un giorno dopo l’altro/e tutto è come prima/un passo dopo l’altro/la stessa vita.” (Un giorno dopo l’altro) Questo tempo ripetitivo toglie spazio anche alla speranza, da sempre alimentata dal sogno che ha una duplice direzione: indietro verso il recupero del passato della propria origine e davanti verso il futuro di una esistenza migliore e di un mondo più giusto, entrambe non percorribili. Questa amara visione della vita nasce dalla consapevolezza che cercare di dare senso alla propria esistenza, realizzando i sogni che avrebbero potuto cambiarla, è stato inutile: “Provai ad essere qualcuno/però sono rimasto nessuno, /provai a diventare un poeta,/ ma il mondo non ho capito ancora.” (Una vita inutile) Tuttavia Tenco non vuole accettare lo stato delle cose, non vuole arrendersi alla monotonia del tempo e alla realtà così com’è, e per questo le immagini di sogno diventano facilmente immagini utopiche in direzione del futuro. E’ vero, all’inizio la sua tensione utopica tenta sempre di recuperare il passato attraverso il ricordo (è una costante di tutta la sua produzione), e da qui si può spiegare la sua tristezza di fondo, soprattutto in amore: ” Ricordo che tu mi parlavi,/io stavo guardando/una vela passare:/era bianca, era gonfia di vento,/era l’ultima vela./Era ormai quasi sera./Quasi sera?/e non ricordo altro,/né la voce che avevi/né il nome che avevi.” (Quasi sera) Però del passato, a parte qualche sfumato ricordo, non si può recuperare la purezza di un sentimento che l’autore comunque continua a provare, e così l’amore si offre allo sguardo malinconico nella sua distanza ormai non più colmabile, lasciando spazio solo al rimpianto: “E lontano,lontano nel mondo/una sera sarai con un altro/e ad un tratto chissà come e perché/ti troverai a parlargli di me,/di un amore ormai troppo lontano.” (Lontano Lontano) Come l’amore è eternato nel ricordo, così è forte in lui il desiderio di evasione dalla realtà, di ritagliarsi uno spazio di pace tutto per sé: “In qualche parte del mondo,/non sogno altro che un angolo/dove fuggire lontano/dalla mia vita di sempre.” (In qualche parte del mondo) Questo luogo che non c’è non è altro che la terra delle sue origini, come in Pavese , raggiunta continuamente nel sogno e fuggita nella realtà, ma che un giorno, comunque, prima di morire, troverà la forza di riscoprire: “Se un giorno tu/verrai via con me/amore mio/andremo insieme a vivere là/nella mia valle/e se quel giorno tu non verrai/io dovrò piangere ma andrò da solo/perché se un giorno dovrò morire/voglio morire nella mia valle.” (La mia valle) Strettamente intrecciata al sogno, l’utopia non è mai definitivamente sconfitta dalla disillusione nella poetica tenchiana, anche se la sua giusta dimensione appartiene più ad un atto di volontà che alla realtà. E’ la forza determinante della volontà a fargli recuperare la speranza in un futuro diverso (anche se è costantemente accompagnata dalla delusione per il presente, e il tono è quindi melanconico): “Vedrai, vedrai, /vedrai che cambierà,/forse non sarà domani,/ma un bel giorno cambierà./Vedrai, vedrai,/non son finito,sai,/non so dirti come e quando/ma vedrai che cambierà.” (Vedrai Vedrai) E’ il bisogno di cambiare le cose, di recuperare i valori autentici dell’amicizia, dell’amore, della pace e del rispetto dei diritti umani che lo spinge a fare della sua creatività un’occasione utopica, in un conflitto costante tra la possibilità di cambiare realmente il mondo che lo circonda e il desiderio di fuga dalla società consumistica: “Io vorrei essere là/sulla mia verde isola/ad inventare un mondo/fatto di soli amici./Vorrei essere là/per non dover difendere/giorno per giorno,sempre/il mio diritto a vivere./Vorrei essere là/ma resto qui ad attendere/perché anche qui domani/qualcosa cambierà.” (Io vorrei essere là, ma è significativo che queste strofe siano eliminate nella versione definitiva: il momento utopico è definitivamente sconfitto nella realtà, anche se rimane un residuo nel sogno). Il bisogno di risolvere i conflitti interiori, di cancellare l’insicurezza di fondo della sua personalità ipersensibile, la consapevolezza che la realtà non può essere modificata radicalmente, ma può essere migliorata poco alla volta servendosi degli stessi meccanismi che la sorreggono e mutandoli di funzione (come ad esempio l’utilizzo dell’industria discografica per veicolare messaggi culturali opposti ai valori dominanti del sistema), porta Tenco ad assumere un atteggiamento di aperta ribellione: “E se ci diranno/che nel mondo la gente/o la pensa in un modo/o non vale niente/noi che non abbiam/ finito ancora di contare/quelli che il fanatismo/ha fatto eliminare/noi risponderemo, noi risponderemo No,no,no?” (E se ci diranno) Tenco vive una lacerazione insanabile soprattutto in amore perché, pur riconoscendo che l’amore puro è un’illusione della propria immaginazione, non riesce ad accettare una situazione di equilibrio precario e vorrebbe finalmente essere amato e ricevere quello che dà. Da qui la reazione orgogliosa alla donna amata che gli ha preferito un altro (“Io sì,che t’avrei fatto vivere/una vita di sogni/che con lui non puoi vivere./Io sì,avrei fatto sparire/dai tuoi occhi la noia/che lui non sa vedere./Ma ormai?,Io sì), oppure il desiderio (fallito) di ricambiare la sofferenza che l’altra infligge costantemente con la sua apparente indifferenza (“Se sapessi come fai/a fregartene così di me/se potessi farlo anch’io/ogni volta che tu giochi/col nostro addio./Vorrei/che per un giorno solo/ le parti/si potessero invertire/quel giorno/ti farei soffrire/ come adesso soffro io.”,Se sapessi come fai). Tenco riconosce le ‘regole’ dell’amore reale, che nasce spesso dal caso (“Mi sono innamorato di te/perché non avevo niente da fare,”Mi sono innamorato di te), ma si rifiuta di accettarle, sforzandosi inutilmente di tenere sotto controllo i sentimenti della donna amata (“Volevo farti piangere/ vedere le tue lacrime /sentire che il tuo cuore/è nelle mie mani,”Angela) e convincendosi che questa ha comunque bisogno di lui (“Se stasera sono qui/è perché ti voglio bene/è perché tu hai bisogno di me/anche se non lo sai.”Se stasera sono qui). Il problema maggiore nel rapporto è l’incomunicabilità, il fatto che l’altra non sappia riconoscere il tipo di amore che lui sente e da qui nasce un conflitto insanabile (“Tu non hai capito niente/ di come sono io/e di come ti amerei di più/se una volta fossi tu a cercarmi.”Tu non hai capito niente), a cui segue una fuga dall’amore vero per poter dimenticare ma senza riuscirci (“Con te,oh Isy,vorrei cancellare/la mia paura di dover tornare/da lei.”Isy). Tuttavia è la volontà di amore puro, totale, assoluto che finisce sempre con il prevalere, per cui il legame sarà rimpianto dall’altra nel ricordo (“Ti ricorderai di me/ quando mi avrai perduto,”Ti ricorderai), oppure lui stesso sente la necessità di cambiarla (“Guarda se io dovevo/amarti tanto/come ti amo/io che passo le ore/per convincerti a cambiare/e non ti cambierei/con nessun’altra al mondo,”Guarda se io), per poter costruire finalmente un rapporto di fedeltà e di dedizione totale (“Un giorno di questi/ ti sposerò stai tranquilla/così tu avrai diritto/di avere quelle cose/che adesso io ti do/ soltanto perché t’amo/anche l’amore.”Uno di questi giorni ti sposerò). In realtà, Tenco vive un conflitto interiore insanabile, in cui alla volontà orgogliosa di costruire a tutti i costi l’amore puro si alterna la fragilità del proprio io che, cosciente della propria inadeguatezza (“Se potessi,amore mio,/ti darei tutto quel che vedo,/ma posso darti solo quel che ho io/e purtroppo non è gran cosa.”Se potessi amore mio), non può dare quello che vorrebbe alla persona amata (“Lo so,lo so,lo so/non è da me/che tu potrai avere/quello che puoi avere./Lo so,lo so,lo so/ma non fa niente/non ci voglio pensare.”Amore,amore mio). Il sentimento di incompiutezza è anche un riflesso della situazione sociale a cui l’autore non riesce a imprimere una svolta radicale verso un riconoscimento significativo del suo ‘discorso’ musicale e poetico, ed è proprio nell’ultima canzone autobiografica, Ciao amore,ciao, che l’utopia esce definitivamente sconfitta lasciando spazio alle dure leggi della società. La prima parte del testo tratta della vicenda dell’emigrazione (abbastanza comune negli anni sessanta) di un contadino che abbandona la sua amata terra natale con la speranza di poter migliorare le proprie condizioni di vita e di uscire dalla miseria: “La solita strada,/bianca come il sale/il grano da crescere,/i campi da arare./Guardare ogni giorno/se piove o c’è il sole,/per saper se domani/si vive o si muore/e un bel giorno dire basta/e andare via./ Ciao amore,ciao amore,ciao amore,ciao?/Andare via lontano /cercare un altro mondo,/dire addio al cortile,/ andarsene sognando.” A questa fuga dalla campagna segue nella seconda parte l’impatto duro e irto di ostacoli con la città, che finisce inesorabilmente con lo sconfiggere l’uomo semplice e le sue speranze: “E poi mille strade/ grigie come il fumo,/in un mondo di luci/sentirsi nessuno./Saltare cent’anni/in un giorno solo,/dai carri nei campi/ agli aerei nel cielo,/e non capirci niente/e aver voglia di tornare da te./Ciao amore,ciao amore,ciao amore,ciao?/ Non saper fare niente/in un mondo che sa tutto/e non avere un soldo/nemmeno per tornare. /Ciao amore?.” Il mancato cambiamento delle condizioni di vita comporta la definitiva sconfitta dell’utopia, in quanto non esiste più alcun telos in direzione del futuro ma non si ha neanche la possibilità di tornare indietro per recuperare il mondo perduto del passato (l’infanzia, la giovinezza, la speranza). Il fallimento dell’utopia non comporta però necessariamente la decisione estrema del suicidio come affermazione del proprio io : in tutta la produzione tenchiana prevale la consapevolezza della superiore forza della realtà sull’illusione, ma ancora più forte è la volontà di modificare lo stato delle cose anche negli attimi in cui non si intravede alcun spiraglio di luce, e Tenco è stato coerente fino all’ultimo nel far proprio il motto: “Solo per chi non ha più speranza, ci è data la speranza.” La realtà alla fine ha prevalso sulla volontà? L’apparenza avvolge tutto nel suo inesplorato mutismo, poiché persino la morte, al momento di congedarsi, può trasformarsi nella sua illusione, forse soltanto nell’illusione di se stessi, ma tanto basta per perdersi (con la dignità che chi è vivo non sa di avere).

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Riferimenti: IL MIO REGNO

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un’isola in collina…per fare IL PUNTO su TENCO


Come altre volte mi era già capitato, nel salire fino a Ricaldone, anche questa volta ho vissuto alcuni momenti per me indimenticabili. “L’isola in collina” mi è parsa qualcosa che stava fra il sogno e la realtà…ho potuto conoscere (e non avevo mai sperato di poterlo fare in quel contesto) alcuni amici “virtuali” con i quali talvolta ho avuto proficui scambi di opinione nel mondo del Web, ho ritrovato altri con i quali invece il mio rapporto di amicizia era già consolidato ed ho incrociato conoscenti, tutti motivati dall’ “esserci” e dalla voglia di lasciare un segno della loro presenza.
Alla presentazione degli atti di un convegno celebrativo tenutosi nel 2002, fatta da alcuni docenti dell’Università di Genova ha fatto seguito la preziosa integrazione del giornalista e critico musicale Enrico De Angelis, curatore del cofanetto “Io sono uno” e un breve spazio è stato concesso anche a Marco Peroni autore invece del saggio “Il nostro concerto”. A seguire c’è stata la proiezione di un filmato con il quale alcuni giovani artisti hanno riproposto alcuni brani di Tenco…e fra questi la testimonianza anche di una delle più interessanti voci del jazz italiano, quella di Ada Montellanico che a fine serata ha impreziosito l’isola offrendo un suo recital di brani di Luigi, a cui hanno fatto da corollario anche interpretazioni di brani di Paoli, Gershwin, D’Anzi ed altri.
Il barbera poi, ha fatto la sua parte, dàndo prova di essere un vino “generoso” come l’ospitalità offerta da una impeccabile organizzazione a cui auguro ogni bene di buon proseguimento….
…e dunque il mio grazie a Ricaldone e….grazie a Luigi Tenco.
Massimo

Riferimenti: IL MIO REGNO

La linea ROSSA

Quando Tenco, in un attimo di debolezza e di sua grande confusione mentale, fu sopraffatto dalla delusione di non aver saputo cambiare in meglio "il mondo di domani", stava impegnandosi a tracciare una nuova linea per la canzone italiana. Rifacendosi a fatti che appartenevano al folclore italiano, stava ricercando un linguaggio che fosse più in sintonia con quello della gente comune ed il suo ultimo brano non era altro che il primo brano con il quale avrebbe voluto aprire una nuova via per la canzone italiana. Fra le sue carte è stata ritrovata, in forma di appunto, anche la scaletta di un lavoro futuro, dove queste idee avrebbero preso forma. E di idee ce n’era di bisogno perchè, a quel tempo, non si faceva altro che parlare di "giovani speranze". Alla cosidetta linea della speranza o linea verde si contrapponeva goliardicamente la linea gialla di chi impugnando una bandiera di quel colore non trovava niente di meglio da dire che "qui si balla". Tenco, che non poteva adeguarsi a vivere nella speranza, perchè sapeva bene che la speranza sarebbe poi diventata una abitudine, aveva in animo dunque di tracciare una nuova linea. Di quella linea ho conservato un disco dal titolo assai significativo……..LA LINEA ROSSA.

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